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Matsuo Bashô, lo haiku e Yamagata

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奥の細道 松尾芭蕉 山寺

Hamaguri no    Hokku* kaishi (foglio con hokku)    Riproduzione     Shihon bokusho (inchiostro su carta)    Pennello di Matsuo Bashô Secondo anno dell’era Genroku (1689)    Un rotolo       Originale: Museo di Bashô a Yamadera

Hamaguri no    Hokku* kaishi (foglio con hokku)    Riproduzione

Shihon bokusho (inchiostro su carta)    Pennello di Matsuo Bashô

Secondo anno dell’era Genroku (1689)    Un rotolo

Originale: Museo di Bashô a Yamadera

* Hokku: Strofa iniziale della renga (poesia collettiva a catena) o della haikai no renga (poesia collettiva a catena di carattere giocoso).

 

 

Il kaishi (foglio) viene usato per incartare o pulire qualcosa nella cerimonia del tè, ma si usava anche per scrivere poesie di tipo waka o haiku.

Il viaggio di Bashô dello “Stretto sentiero del nord” ebbe termine a Ôgaki nella regione di Mino (attuale  provincia di Gifu). Poi egli ripartì subito, il 6 settembre del vecchio calendario giapponese, per assistere al sengû (ricostruzione ogni venti anni degli edifici sacri) del Santuario di Ise. Per l’occasione, Bashô scrisse su un kaishi il seguente haiku con un disegno di hamaguri (Meretrix lusoria, un mollusco) :

 

Hamaguri no / futami ni wakare / yuku aki zo

 

Prima dello haiku, c’è una breve descrizione del contesto in cui fu composto lo haiku stesso: Ise ni makarikeru wo hito no okuri kereba Baseo (A tutti coloro che sono venuti a salutarmi in occasione della mia partenza per il Santuario di Ise. Bashô).

Nello haiku c’è un gioco di parole imoerniato su futami, grazie a un doppio senso. Da una parte, futa (guscio) e mi (ciò che si trova dentro il guscio) si riferiscono allo hamaguri: quindi separarsi dalle persone è come dividere in due il guscio di un mollusco [in giapponese “separarsi” e “dividersi” si pronunciano allo stesso modo wakareru]. D’altra parte, Futami no ura è il nome di un luogo famoso che si trova sulla strada per il Santuario di Ise. Anche con la parola yuku c’è un doppio senso: wakare yuku (essere sul punto di separarsi) e yuku aki (“l’autunno che se ne va”, perché il settembre del vecchio calendario giapponese coincideva con la fine dell’autunno).

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